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Alife
(l'antica
Allifae) fu fondata dagli Osci prima del V
secolo a.C., ai quali si unirono i Sanniti provenienti
dalla Sabina.
Come ricorda Tito Livio, Alife fu
conquistata dai romani già nel 323 a.C., e successivamente,
nel 310 dai consoli Valerio e Cornelio. Durante le
guerre puniche fu dichiarata, dai Romani, praefectura
sine suffragio per punirla del tradimento a favore di
Annibale. Più tardi, per
la sua posizione strategica, la città diventò colonia
militare dei Romani, ebbe un governo proprio ed un
notevole sviluppo che permise, già nella prima età
imperiale, alle famiglie dei Ponzi, degli Apulei e degli
Acili Glabrioni di rivestire cariche importanti nel
senato romano.
Nel 369 d.C. la città visse un periodo
di decadenza legato al lento declino dei Romani ed ad un
forte terremoto che distrusse le mura e una parte della
città. Nel V secolo era sede vescovile. Sotto
la dominazione longobarda fu prima gastaldato e
successivamente appartenne alla Contea di Capua,
diventando nel 965 contea autonoma ed ereditaria.
Nel IX-X secolo subì gravi
distruzioni ad opera dei Saraceni.
In
età normanna, la città fu governata dal conte Rainulfo
III, il quale portò in città le spoglie del pontefice San Sisto
I, divenuto poi protettore della medesima.
Nel
1138 la città fu bruciata per ordine di Ruggiero II,
cognato di Rainulfo, e perse man mano la sua importanza.
Da quel momento in poi, ad Alife, si successero numerose
dinastie di feudatari: i Gaetani (1178-1194), gli
Schweisspeunt (1194-1220), i d'Aquino (1121-1269), la
Casa di Fiandra (1269- 1301), i d'Avelle (1301-1307), i
Janville (1307-1345), i Marzano (1345-1404), gli
Stendardo (1404-1407), gli Origlia (1407-1419), … ecc.
Dal 1482 al 1561 con la dinastia
Diaz Garlon, Alife, visse uno dei periodi più splendidi
della sua storia, tanto da avere nel 1536, ad opera del
primicerio della cattedrale Aloisio Acilio, una
stamperia libraria che pubblicò alcuni testi inediti.
Nel 1561 fu distrutta e
saccheggiata dalle truppe di Filippo II e di papa Pio
IV. Dal 1620 appartenne ai Gaetani, signori di
Piedimonte Matese, e visse un periodo d'abbandono e di
degrado durato fino alla fine del feudalesimo (1806).
Dopo l'Unità d'Italia fu annessa alla provincia di
Caserta.
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